Le paure degli scrittori

27 Ott, 2025

Più potente dello scrivere è il desiderio di scrivere.

L’autore con cui parlo ha un largo sorriso, un accento adorabile forse perché molto diverso dal mio, e con i palmi aperti davanti a sé, come se volesse sostenere il suo entusiasmo, mi sta raccontando i suoi progetti di scrittura. Ne ha in mente tantissimi, mi fa vedere i suoi appunti, centinaia di schemi: che ne direi di una raccolta di racconti? Si può fare qualcosa? E quel racconto lungo che ha scritto, penso che potrebbe diventare un romanzo?

Gli autori così vivaci mi piacciono molto. Il loro entusiasmo è contagioso, a volte straripante. Guardo gli appunti dell’autore, ci sono moltissime idee che sembrano tutte buone.

Allora gli chiedo: «Su cosa vorresti lavorare?». Il sorriso dell’autore diviene subito più tenue, i modi più contenuti, mi dice di non saperlo.

Comincio a fargli delle proposte: mi piace quel racconto lungo, oppure mi pare di vedere che c’è un filo conduttore fra quei tre racconti brevi, mi sto sbagliando?

L’autore mi dice che no, non mi sbaglio, mi pare che si riaccenda una luce, ma quando chiedo di nuovo a quale progetto vuole dedicarsi si oscura ancora. E alla fine confessa: «Ho paura di non essere capace».

La paura non è necessariamente un sentimento negativo. La paura che un lavoro non sia ben fatto stimola lo spirito critico di un autore e lo spinge a scrivere meglio, a rileggere, rivedere il suo testo, a studiare di più.

E poi ci sono le paure per come le conosciamo, che paralizzano e che, alla fine, possono impedire la scrittura stessa.

Se per un momento mi soffermo a riflettere e volessi individuare, in modo più o meno scientifico, quali sono le paure dello scrittore, ne individuerei soprattutto tre.

La paura del giudizio

Mostrare a qualcuno ciò che si è scritto è sempre uno sforzo di equilibrio: fra la sicurezza di far leggere qualcosa di autentico e potente, che deriva dalla parte migliore e più profonda di sé, e il terrore che ciò che si propone sia sciatto e insignificante.

La paura del giudizio non riguarda solo il testo ma il timore di essere delusi da sé stessi e dalle proprie capacità. La scrittura è forse l’arte più intima, che prende materiale non solo da ciò che ci accade e dalle persone che incontriamo, ma dal nostro mondo interiore.

Il giudizio di chi legge, soprattutto se è la stessa persona che deciderà se il testo sarà pubblicato o meno, è una paura profonda soprattutto nell’autore esordiente, e può condizionare il suo modo di scrivere. Rischia di divenire cioè uno scrivere che cerca di piacere e compiacere, difficile, contorto, e che si allontana dal desiderio dell’autore. E che si collega, così, alla seconda paura degli autori.

La paura delle parole

Leggo un passo fra le decine di pagine di progetti dell’autore prima entusiasta e che ora mi fissa con gli occhi sgranati come due biglie. Si innervosisce mentre scorro gli occhi sul suo testo, me ne accorgo perché si agita sulla sedia e batte le mani tese, quasi non fanno rumore. Gli faccio notare che usa periodi contorti, inutilmente lunghi e usa parole altisonanti quando non ce n’è bisogno. Gli chiedo se c’è uno stile particolare a cui vorrebbe ispirarsi, se c’è un autore a cui si sente vicino.

«Ma non dovrei usare parole importanti per essere uno scrittore?»

Eccola qui, la paura delle parole, il bisogno che ce ne siano tantissime: tantissimi aggettivi, tante azioni annunciate, mai davvero definite, “iniziò a…”, “gli sembrò di…”, “si sentì di…”. Oppure una prosa che inciampa, troppi punti, troppe virgole – «perché qui c’è un punto e virgola?» «ah, ma io non lo so mica» –, come se la frase potesse trasformarsi in un precipizio, e l’autore scrivesse a piccoli passi, per non cadere giù.

Lo stile, il fraseggiare, la propria voce si trovano quando delle parole non si ha paura, ma si usano tanto da sapere riconoscere quali sono adatte al contesto che si vuole descrivere. Non ci sono parole congeniali o meno a un autore, ma solo una storia di cui si è consapevoli, e che ha bisogno di quelle parole (delle sue parole) per essere espressa. Rupi Kaur ha scritto poesie bellissime sui peli delle donne. Ricordiamo tutti l’acqua che Annie fa bere a Paul, in Misery, con «sulla superficie una sottile pellicola di sapone»[1], senza aggiungere nulla di più per restituire la sensazione di disgusto del protagonista.

Persino alle parole bisogna abituarsi e allenarsi, per capire che non c’è che la misura che fa bene al testo. La paura delle parole, invece, condurrà a un uso forzato di esse, e in alcuni casi anche improprio (motivo per cui il vocabolario deve diventare il nostro migliore amico). Le parole sono strumenti imprescindibili e la difficoltà a maneggiarle si riconduce ad altre paure, anche innumerevoli, che può nutrire uno scrittore. La paura di ferire qualcuno; di essere riconosciuti; di non essere riconosciuti. La paura di non essere letti, di essere ignorati, che nessuno creda nella nostra scrittura, e potrei andare avanti. Tuttavia, a mio parere, ancora più profonda e paradossale a una prima occhiata, esiste una paura che le racchiude tutte.

La paura di scrivere

Più potente dello scrivere è il desiderio di scrivere. È un desiderio che, forse più di altri, si culla nella sua insoddisfazione. Finché il testo non sarà sulla pagina si conserverà perfetto, senza grinze, senza incoerenze. Diventerà sempre più grande, complesso e maestoso. Si penserà al testo come un conforto nei momenti di noia, e non ne rimarrà che il desiderio.

Lo dico all’autore dai mille progetti, dalle centinaia di pagine di appunti, e con quanta più convinzione lo dico tanto più lui scuote la testa e mi risponde che forse non ha tempo, il percorso gli sembra troppo lungo.

Le paure dello scrittore sono più comuni di quanto si pensi. Brian Dillon nel suo Scrivere la realtà. L’arte del saggio perfetto dedica un intero capitolo alla sua ansia da scrittore.

«Non si ha mai la sensazione, da scrittori, di essere particolarmente produttivi o prolifici; in effetti, più si fa e più è probabile sentire che ciò che si è fatto non è mai abbastanza, e mai lo sarà».[2] E più avanti ancora: «Scrivere è per me la produzione in serie di frammenti che si possono comporre in un giorno o due. […] Negli ultimi tempi ho preso a pensare che questa propensione verso le forme brevi debba essere anche espressione di quell’ansia, non solo la sua cura»[3].

Qui, per forma breve sono da intendere gli appunti di romanzi, racconti mai finiti, scalette abbozzate, idee mai del tutto sviluppate, ovvero fasi preparatorie che restano tali senza mai progredire. Le paure devono poterci accompagnare non per impedirci di scrivere, ma per imparare a scrivere nonostante esse. E per scrivere meglio.

Che cosa può fare l’editor?

Far leggere il proprio scritto a un editor è già un primo passo per superare la paura del giudizio. Accettare che il testo scritto sia imperfetto rispetto a quello immaginato è l’unico modo per scriverlo meglio. L’editor non demolisce un testo, ma fornisce all’autore gli strumenti per potenziarlo e per individuare i meccanismi che perpetuano errori o imprecisioni.

L’editor osserva il testo nella sua completezza. A differenza dell’autore, l’editor non sa niente di quel testo cullato nell’interiorità, ma legge solo la sua versione scritta e ne restituisce un’impressione concreta.

Se le parole sono eccessivamente ricercate; se alcune parole fanno scendere il tono del racconto, l’editor invita l’autore a leggere ad alta voce e a sviluppare una sensibilità al ritmo e al tono in accordo con quello che vuole esprimere.

L’editor, in sostanza, aiuta ad affrontare le paure più connesse al testo, all’arte pratica dello scrivere e alla sua quotidianità, dettate dall’inesperienza e dall’insicurezza. Ma lo sforzo di sedersi a scrivere, a riprovare finché non si è soddisfatti è solo dell’autore.

«E se, dopo tutto questo sforzo, nessuno mi pubblica?» mi chiede l’autore mentre raccoglie tutti i suoi appunti. Ma il rifiuto fa parte del percorso di tutti gli scrittori, e non bisogna averne paura. Del percorso dello scrittore fanno parte la necessità di riscrivere e di maturare, di essere rifiutati o ignorati, ed è molto peggio essere pubblicati con qualcosa che non ci appartiene ma compiace, piuttosto che aver scritto qualcosa di autentico ma ancora acerbo. O ancora, sarebbe molto peggio avere in mano solo il desiderio di scrivere e nessuna pagina scritta.

«Perché dedicare la vita adulta, a scapito di più di un tipo di sicurezza – forse, a conti fatti, qualche migliaio – di risposte al mondo delle cose, dei libri, delle immagini, dei luoghi e dei ricordi? A cosa serve tutto questo, esattamente? A tenere a bada certi tipi di paura, o piuttosto a coltivare le ansie, per replicare la stessa paura migliaia di volte, come se fosse l’unica cosa che ci tiene in vita?»[4].

Bibliografia di autori e titoli citati

Brian Dillon, Scrivere la realtà. L’arte del saggio perfetto, il Saggiatore, Milano 2023

Rupi Kaur, milk and honey, tre60, TEA SrL, Milano 2017

Stephen King, Misery, Sperling and Kupfer, 2021


[1] Stephen King, Misery, Sperling and Kupfer, 2021, p.31

[2] Brian Dillon, Scrivere la realtà. L’arte del saggio perfetto, il Saggiatore, Milano 2023, p.48

[3] Ivi, p.49

[4] Ivi, p.50

Foto di Niko Nieminen su Unsplash

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