Per scrivere queste righe ho impiegato sei mesi. Io ho l’abitudine di segnare la data, in alto a destra, su ogni foglio su cui comincio a scrivere, quindi non posso avere dubbi. Ho avuto perciò bisogno di sei mesi per mettere insieme i pezzi, dare forma all’idea e arrivare così a ciò che si legge adesso: un testo breve, di fatto non troppo complesso, probabilmente ancora imperfetto. Sei mesi per fare chiarezza, dentro di me, anzitutto; per capire dove volessi andare e che cosa volessi fare.
La scrittura mi serve anche per riflettere. Dico sempre che per scrivere ho bisogno di scrivere: Vorrei che fosse in questo modo… che il tono fosse… che al lettore restasse… e così lo scritto si delinea come una via tortuosa, fatta per lo più di deviazioni, di sbarramenti e di dietrofront, fino alla parola “fine”.
Ho sempre ritenuto che occuparsi di storie, in generale, fosse un compito utile. La storia, che da me passa a te, che mi ascolti o mi leggi, è come un passaggio da ciò che è invisibile, dentro di me, a ciò che diventa percepibile, adesso, per te.
Non si tratta solo della storia d’immaginazione o di invenzione, ma in senso più ampio. Ricordo che mio padre raccontava di certi pazienti che non avevano parole per descrivere i loro sintomi, allora, per spiegare certe sensazioni allo stomaco, imitavano un modo di svolazzare delle galline e poi dicevano: «Ha presente?».
È come se coloro a cui mancano le parole fossero un po’ perduti. Ed è questo il modo in cui io immagino gli scrittori, come cioè degli irrequieti: persone che cercano le parole giuste per non perdersi.
Quella di essere una editor, e di occuparsi di storie (o di perduti, come si preferisce) è stata una scelta consapevole, meditata, in una realtà, tuttavia, sovraffollata, in cui la scrittura, bella, brutta, funzionale, comunicativa, distorta, malintesa, creativa, informativa, digitale, sovrabbonda e quasi, con questo suo dilagare, dichiari la sua resa.
Accade spesso che gli autori mi chiedano se ne sia valsa la pena, sono delusi dalla fatica, dalle possibilità ridotte, sfiniti dalla ricerca di uno spazio. Perché occuparsi di qualcosa che a volte sembra troppo? Che esonda in migliaia di libri all’anno, di articoli, di riviste, di blog? Perché raccontare un’altra storia, ancora? Una volta partecipai a un dibattito sull’utilità di certi libri e chiesi: «Dunque visto che sono esistiti Poe, Lovecraft e King, non dovremmo più scrivere storie dell’orrore?». Mi risposero: «Forse sì».
Io non credo che qualcuno non debba scrivere una storia che cova dentro di sé perché esiste o esisterà un altro autore che sa farlo meglio, o perché non c’è abbastanza spazio per tutti. Credo che bisogna sforzarsi di farlo bene, e di accettare le cadute, i momenti di noia, le ore di studio.
Di solito, la domanda successiva a “perché dovrei scrivere se nessuno mi legge?” è: «L’editor a che mi serve?».
Se dovessi racchiudere, in un solo momento, la summa di autori e autrici che ho incontrato, con le loro domande, le loro perplessità, la gioia di scrivere e la frustrazione che ne comporta, e dovessi sforzarmi di comprendere tutto il senso del primo incontro fra un editor e un autore, scriverei di due personaggi – io, cioè l’editor, e l’autore – che si vedono per la prima volta e di un computer fra di loro, perché vorrei essere il più realistica possibile, e perché oramai dal vivo si incontrano solo gli sconosciuti.
La faccia dell’autore che incontra l’editor per la prima volta mi sarebbe chiara. Sarebbe distesa e cordiale, solo un poco diffidente, il sorriso non troppo ampio ma subito aperto, il taglio degli occhi seguirebbe la curva delle labbra, così gli crederei quando mi dice: «È un piacere conoscerti».
Parleremmo all’inizio del più e del meno, tanto per distenderci un po’, e infine gli chiederei di entrare nel dettaglio del motivo per cui è venuto da me. Così vedo sul volto dell’autore il tratto che lo contraddistingue da qualsiasi altra persona, in un qualsiasi altro spazio e in un qualsiasi altro tempo. Ed è quel che io chiamo la ruga del dubbio. È una linea che parte dal punto in cui le sopracciglia aggrottate si incontrano, scende, tesa, lungo il naso, e devia poi verso un angolo della bocca, le labbra strette nell’atto di pensare profondamente. Poi l’autore parla del suo progetto, del suo romanzo più o meno completo o incompleto, dell’idea, da dove è venuta, cosa è diventata. E arriva infine con la prima domanda: «Perché scrivere è così difficile?».
Che la scrittura sia difficile è un fatto che sorprende un po’ tutti, soprattutto coloro che vi si cimentano per la prima volta. Infatti, l’autore, in questa conversazione immaginaria, proseguirebbe nell’esposizione del suo dubbio, e quella ruga invisibile diverrebbe ancora più profonda: «Perché ci vuole così tanto tempo? Io credevo che fosse tutto chiaro, invece non so dove sto andando, non so cosa devo fare».
A queste osservazioni io direi all’autore che, se dovessi trovare un’immagine che rappresenti il più possibile la scrittura, sceglierei quella di una strada. Ovviamente, non sarebbe una strada qualsiasi, che è ciò, in realtà, in cui molti autori pongono le loro speranze. Una strada precisa, ben delineata, che si distende netta sotto un sole placido e senza alcun pericolo all’orizzonte. Invece quella strada assomiglia alla ruga del dubbio che attraversa l’autore, che esiste e che pure non riesce a vedere.
«È una strada che bisogna costruire – gli dico – per questo serve tanto tempo, a volte. Per questo scrivere è faticoso. Non si può arrivare alla fine con un balzo, ma si procede passo passo.»
L’autore mi guarderebbe forse deluso, sorpreso, a quel punto la ruga del dubbio diverrebbe una crepa. Quindi, prima ancora che lui mi faccia qualsiasi altra domanda, io continuo.
La scrittura è una strada che va costruita. Non esiste un unico modo per scrivere qualcosa, un modo sicuro per essere pubblicati. C’è solo il proprio modo. Esistono, semmai, gli strumenti imprescindibili utili all’impresa. Trovare la voce, architettare la trama, concretizzare un personaggio non sono elementi statici. Le regole della scrittura (che esistono e che bisogna conoscere) devono accordarsi col proprio mondo interiore, dare forma alla propria immaginazione, senza deprimerla. Ecco perché scrivere è faticoso: perché è la strada che conduce dalla propria interiorità a uno spazio esterno, che è la pagina. E se ciò che è dentro di noi è oscuro sarà oscuro anche fuori di noi.
La scrittura è un’arte pratica. Ha bisogno di esercizio, di prove, di tentativi. La costruzione della via deve tener conto del terreno in cui scavare, della propria visione del mondo e del proprio sentire, della precisione e dell’uso degli strumenti che si possiedono.
A quel punto l’autore mi guarderebbe, scisso in sé stesso. Il mio discorso forse lo convincerebbe a metà, troppo astratto, troppo aleatorio.
«Ok, ma, insomma, io che cosa devo fare?» mi chiederebbe.
E io gli risponderei che, se vuole concludere l’opera che ha dentro di sé (non conta quanto grande o se minuscola) deve conoscere gli strumenti, leggere a non finire, scrivere e riprovare a scrivere. Gli direi poi che iniziare a scrivere è più difficile che scrivere propriamente; che l’inizio di una storia è più buio perché non si vede la fine, e non si sa come arrivarci.
L’autore a quel punto mi farebbe un sorriso amaro, mi domanderebbe se ne vale la pena, e io direi che vale sempre la pena scrivere la propria storia; che se l’inizio della scrittura è un luogo buio, bisogna attendere che gli occhi si abituino, muovere piccoli passi, accettare gli inciampi, invece che disperarsi perché non riusciamo a vedere al buio. Allo stesso modo tutti vorrebbero riportare esattamente e nella forma perfetta quel che si ha nella mente scrivendo una volta sola e subito. Sarebbe come saper scrivere al buio, ma nessuno sa farlo. Serve che ci si abitui, che ci si eserciti, che si impari.
A quel punto, l’autore sarebbe spazientito e mi chiederebbe: «Va bene, e un editor a che mi serve? Non posso fare da solo?».
Ecco la domanda che stavo aspettando, la domanda per cui è stata necessaria una premessa, la costruzione di una situazione precisa, l’invenzione di un personaggio; la domanda per cui è stato indispensabile costruire un discorso con un certo tono, e sei mesi di appunti.
A cosa serve un editor all’autore? A controllare che non ci siano refusi? Certo. Che il protagonista non sia piatto? Ovviamente. Che i dialoghi non siano scontati, che non ci siano buchi di trama, che l’incipit funzioni, che la voce narrante sia coerente? Sì, sempre sì.
Le storie, tuttavia, i racconti, i romanzi, gli articoli, i blog non sono fatti per una persona sola. Sono sempre desiderio di relazioni. La solitudine dello scrittore, che è necessaria e va protetta, implica in nuce una relazione, che è quella col lettore, anche se non esiste ancora. E tutta una storia non è che un intreccio di elementi, perché non esiste dialogo che non tenga conto delle ferite del protagonista, non c’è tensione che non abbia a che fare col non detto, o descrizione che non dipenda dal punto di vista scelto. E la relazione fra editor e autore, quando è virtuosa, si occupa della costruzione e di quegli strumenti che occorrono; dell’esplorazione di un mondo interiore e di un occhio esterno che, per primo, prova a guardare. L’editor è lì, quando non si trovano le parole.
Dunque, questo è il blog di scrittura creativa Scrivere al buio, in cui si discute degli strumenti necessari a partire dalla relazione fra editor e autore, immaginando confronti e dialoghi, quello che può accadere, i problemi che si affrontano durante la stesura di un’opera, i modi in cui risolverli. Parte dal presupposto che scrivere sia un’arte pratica. E che ne valga sempre la pena.
Fine.
Fabiana Castellino

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