Vedere per scrivere

27 Feb, 2026

D’altronde, tra le immagini che si cercano, che è possibile cercare per una descrizione, quelle per me più ambite sono le immagini che appartengono all’universo invisibile quotidiano dell’occhio che cancella, quelle che permettono di accorgerci di una cosa o di un sentimento e dire sì, è proprio così.

Daniele Del Giudice, Del Narrare

Questo articolo è dedicato a come si scrive una buona descrizione. Avevo desiderio di scriverne da moltissimo tempo, perché è forse uno degli argomenti più sottovalutati dagli esordienti.

Si pensa infatti che la descrizione sia accessoria, un momento in cui l’autore può mettere in pausa il lettore, mentre lui trova il modo giusto di continuare la narrazione. Oppure un modo per essere stravagante.

Ci sono due casi che mi sono rimasti impressi più di altri.

Nel primo, un autore voleva che il suo protagonista assistesse a una scena tramite il riflesso su un piccolo oggetto di vetro. In sostanza, il protagonista, seduto a un tavolo, avrebbe dovuto guardare agli eventi attraverso l’immagine distorta riflessa su un oggetto di vetro davanti a sé.

Nel secondo, invece, un altro autore cominciava un capitolo o una nuova scena sempre con la stessa immagine: la luce del sole che entra nella stanza dove si trovano i protagonisti, facendo giusto attenzione al momento della giornata, se la mattina o al tramonto.

In entrambi i casi, quando entravo nel merito delle descrizioni (come è possibile osservare la scena da quel punto? Perché è importante la luce del sole? Sicuro che non ci sia qualcosa di più preciso? Ma dove sono realmente i personaggi?) gli autori non sapevano darmi risposte precise.

Il primo autore ha avuto bisogno di molti giri di editing per rendere credibile (e più modesta) la funzione di un oggetto di vetro sul tavolo; nel secondo caso, banalmente, l’autore non si era accorto di usare sempre la stessa immagine, nulla di più che un pretesto per cominciare a narrare la scena. Tuttavia, un’immagine ripetuta allo stremo sarà alla fine inefficace, noiosa, e non sarà più credibile agli occhi al lettore.

Le descrizioni sono state di fatto sottovalutate dagli autori, considerate niente più che un riempitivo obbligatorio, che il lettore può anche saltare. La descrizione ha invece un ruolo ben diverso. È un ponte fra la vostra immaginazione e la visione che il lettore avrà leggendo la storia. Se non dedicherete cura ai momenti descrittivi, il mondo e le vicende a cui state lavorando resteranno nella vostra testa, sulla pagina ci saranno solo immagini confuse e il lettore non seguirà gli eventi.

Se, d’altronde, l’autore stesso non riesce a visualizzare con esattezza quel che deve scrivere, perché dovrebbe farlo il lettore? Non sarebbe nulla di più che muoversi al buio.

È questo, allora, il punto di partenza per una buona descrizione: prima di scrivere una scena, e descriverla, bisogna visualizzarla, pensarla come a una fotografia o alla scena di un film. La fisionomia di un personaggio, la visione di un ambiente devono essere chiare e se non lo sono, bisogna cercarle. Scrivete quindi il personaggio nei dettagli, anche se non li userete tutti. Esplorate i luoghi in cui avverrà la storia, imparate a conoscerli come casa vostra. Osservate. Osservate le persone che vi camminano accanto, guardate (veramente) le strade che attraversate. Non potete descrivere se non vedete. Non potete vedere se non prestate attenzione. E soprattutto non potete pretendere che lo faccia il lettore al posto vostro.

Scrivere una descrizione

Entriamo nel merito della descrizione. Essa non è mai neutra, o accessoria. La descrizione non si oppone alla narrazione, ma la supporta. È serva della narrazione o, come direbbe Genette, usando un’espressione in latino che rende sempre tutto più elegante, ancilla narrationis[1].  

Non può esistere una narrazione in cui oggetti, luoghi e persone non sono descritti. Più precise[2] saranno le descrizioni, più vivide saranno le immagini nel lettore.

Ci sono, a mio parere, due gradi di precisione da tenere a mente quando si descrive qualcosa.

Il primo si concentra sull’oggetto e sul personaggio, lo rappresenta per come è, con tutti i dettagli necessari per figurarselo. Si tratta ovvero di una focalizzazione dell’oggetto. Il secondo grado è la contestualizzazione. Non esiste cioè personaggio o cosa scevri dall’azione che si sta narrando. E non esiste rappresentazione che non comunichi il punto di vista, l’ambiente circostante, le sensazioni dei personaggi. Ecco perché la descrizione non può essere trattata come un riempitivo. Essa è ciò che permette la relazione fra personaggi, punto di vista, mondo circostante. Ed è ciò che permette l’incontro fra l’autore e il lettore.

Due esempi

Prendiamo a modello due passaggi di due scrittori diversi.

Il primo è tratto da Il dottor Živago di Pasternàk (libro amato e odiato, ma che consiglio caldamente). Il passo che citerò è tratto dal viaggio in treno che trasporta uomini e donne selezionate dalla commissione per il lavoro obbligatorio. Fra loro c’è un ragazzino, poco più di un bambino, finito sul treno con l’inganno, e che viene così descritto da Pasternàk:

«Vasja era un bel ragazzo con un volto dai lineamenti regolari, come quelli che i pittori danno agli scudieri degli antichi zar e agli angeli, di una purezza e di un candore eccezionali. Il suo divertimento preferito era di sedere ai piedi degli adulti, con le ginocchia fra le braccia, e ascoltare a testa in su quello che loro dicevano o raccontavano. Allora, dal suo gioco dei muscoli del suo volto, o per trattenere le lacrime pronte a sgorgare o per reprimere il riso che lo soffocava, si sarebbe potuto ricostruire il contenuto dei discorsi. L’argomento della conversazione si rifletteva nel viso di quel ragazzo sensibile in uno specchio.»[3].

L’immagine del ragazzino è chiarissima. Non era solo, genericamente, un bel ragazzo, ma ne vediamo i lineamenti, da questo momento lo riconosceremmo ovunque nella narrazione. È questa dunque la focalizzazione del personaggio, quel che noi vedremmo se lo avessimo di fronte. L’autore fa poi come un passo indietro, per vedere meglio la scena. Così non sappiamo solo com’è Vasja, ma cosa ama fare nello specifico ambiente del treno. E facendo un altro passo indietro, noi scopriamo il ruolo di Vasja nel suo contesto, e come viene visto dagli altri. La descrizione è, allora, un movimento: dall’osservazione da vicino del personaggio/oggetto fino alla sua posizione nella scena prima e nella storia poi.

Qui si evince inoltre il rapporto della descrizione nello spazio e nel tempo narrati. Laddove infatti la collocazione del personaggio nello spazio deve essere il più precisa possibile (così come lo è in un film, per esempio), nella descrizione il tempo si dilata. Non una pausa[4], non una sospensione, ma un allungamento del momento narrato, che è ciò che esperiamo tutti quando osserviamo con grande attenzione.

Il secondo esempio riguarda una delle modalità più famose della descrizione, l’incipit descrittivo. È tratto dal racconto Uccidere un bambino della raccolta Il viaggiatore scritta da Stig Dagerman:

«È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura. È domenica, tra poco suoneranno le campane. Fra i campi di segale due bambini hanno scoperto un sentiero che non avevamo mai percorso e nei tre villaggi della piana luccicano i vetri delle finestre. Gli uomini si radono davanti a specchi appoggiati sui tavoli da cucina, le donne canterellano affettando il pane per il caffè e i bambini si abbottonano le camicette. È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice. Il bambino è ancora seduto sul pavimento e si abbottona la camicetta, l’uomo che si sta radendo dice che oggi faranno una gita in barca sul fiume mentre la donna canterella e mette il pane appena affettato su un piatto blu.»[5].

In questo incipit, il movimento descrittivo è contrario rispetto al primo esempio. Si parte da un orizzonte, di certo non casuale. La descrizione si restringe a un tempo e a un luogo specifici, a un’atmosfera precisa che richiama odori e suoni che noi tutti conosciamo[6], per poi focalizzarsi sui personaggi della storia.

Tutto l’incipit descrittivo non è un semplice avvio della storia, ma già la contiene. Non è una domenica qualsiasi e non è un sole qualsiasi quelli descritti, ma quelli del giorno in cui un bambino viene ucciso, e l’incredulità dell’evento è resa grazie al contrasto con la bella giornata. Non sarebbe stata la stessa cosa se quella domenica ci fosse stato vento o un cielo grigio, o se fosse stato mercoledì. Tutta la descrizione è coerente con quello che Dagerman racconterà, è il primo passo per condurre allo smarrimento e all’impotenza di fronte alla morte di un bambino.

Qui si torna al punto di partenza: la descrizione non è un pretesto per avviare una scena o per riempire i vuoti, bensì ciò che regge la narrazione e di cui la narrazione stessa non può fare a meno.

Che fare, dunque?

Se vi sentite confusi, è normale. I tecnicismi, quando non si sanno prendere ancora le misure, rischiano di soffocare ogni entusiasmo. Ma il metodo è sempre lo stesso. Quando avete bisogno di chiarirvi le idee su come è fatto un personaggio o un luogo in cui si ambienta la scena, scrivetelo così com’è, per il momento distaccato dalla storia. Focalizzatelo, scrivetelo tante volte finché non lo conoscete meglio di voi stessi. Dopo, chiedetevi cosa serve alla vostra storia, quale movimento del personaggio, quale tono di voce, come vede ciò che lo circonda, quali sono gli oggetti che lo accompagnano e perché sono importanti. Descrivetelo a quel punto dentro la storia, tenendo soltanto quel che è necessario al contesto.

Quando penso alle descrizioni (o alla scrittura creativa in generale) mi vengono in mente le Cattedrali di Rouen di Monet: cinquanta volte lo stesso dipinto, ma con una luce diversa, in una dilatazione precisa di un solo momento. Questo è ciò che più si avvicina alla riscrittura, e cinquanta volte possono essere necessarie per focalizzare un personaggio.

Poi però, a differenza di Monet, dovete scegliere una sola versione che si addica alla vostra storia, e non dimenticarla più fino alla fine. Se vi accorgerete che nulla aggiunge al vostro racconto, ma ne è solo una decorazione, un vezzo, allora toglietela. Se non lo fate voi, lo farà l’editor al posto vostro.

Bibliografia

Stig Dagerma, Il viaggiatore, Iperborea, Milano 2018

Gérard Genette, Figure II, Einaudi editore, Torino 1962

Gérard Genette, Figure III, Einaudi editore, Torino 1976

Gotham Writers’ Workshop, Lezioni di scrittura creativa, Dino Audino editore, Roma 2006

Boris Pasternàk, Il dottor Živago, Feltrinelli editore, Milano 2010


[1] Gérard Genette, Figure II, Giulio Einaudi editore, Torino 1962, p. 31

[2] Gotham Writers’ Workshop, Lezioni di scrittura creativa, Dino Audino editore, Roma 2006, pp.69-72

[3] Boris Pasternàk, Il dottor Živago, Feltrinelli editore, Milano 2010, p. 181

[4] Gérard Genette, Figure III, Giulio Einaudi editore, Torino 1976, p. 149

[5] Stig Dagerman, Uccidere un bambino in Il viaggiatore, Iperborea, Milano, p. 23

[6] Gotham Writers’ Workshop, op. cit., p. 71

L’immagine è tratta da https://www.arteworld.it/

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