Premessa
Misurare il vuoto è un romanzo di Caterina Villa, pubblicato da Lindau Edizioni nel febbraio 2026.
Caterina ha seguito con me un percorso di editing della durata di sei mesi. È stato un lavoro bellissimo, profondo, ampio, e così, in accordo con Caterina, ho pensato che valesse la pena raccontarlo.
Questo articolo di Scrivere al buio sarà diverso da quelli scritti finora. Racconterà come è avvenuto l’editing, e come ha accompagnato la trasformazione del romanzo di Caterina.
Se si volesse riassumere in pochissime parole, diremmo che ci sono tre elementi principali: il macro-editing (l’esame degli elementi macroscopici della narrazione), il micro-editing (l’esame della frase, dello stile ecc…) e la lettura di testi che supportano la scrittura.
Non si tratta di tre fasi distinte del lavoro, bensì di tre livelli di una stessa operazione, momenti che si compenetrano, che si influenzano a vicenda e ognuno di essi ha fatto la sua parte.
Parla con me, ovvero il macro-editing
Quando Caterina si è rivolta a me, la prima stesura del suo romanzo era già completa. Mi presi alcuni giorni per leggere il suo manoscritto e per averne una visione d’insieme. Una prima lettura serve per individuare tutti gli elementi più strutturali di una storia (trama, personaggi ecc…) e le loro possibili fragilità. Sebbene siano tutti importanti, ci sono alcuni elementi della narrazione più fondanti di altri, per cui, se non funzionano, la compromettono.
Se, per esempio, in un testo non funzionano i dialoghi, perché sono pieni di cliché o sciatti, ma non ci sono buchi di trama o i personaggi sono ben definiti, gli interventi saranno più circoscritti. Ma se invece il protagonista è piatto, prevedibile, e presenta un arco di trasformazione debole, la narrazione avrà bisogno di una strategia di intervento molto più massiccia, perché il protagonista è intrecciato a un livello più profondo alla trama, al tema o alla sottotrama.
Nel caso della prima stesura di Misurare il vuoto c’era una trama già definita, matura, che non presentava buchi o contraddizioni. Per questo motivo era importante lavorare sul resto, come personaggi, tema, eventuali sottotrame, affinché raggiungessero lo stesso livello di maturità della trama, e far diventare il romanzo quello che era già in nuce, cioè una storia profonda, che era molto più di una serie di vicissitudini dei protagonisti.
Alla conclusione della prima lettura, parlai con Caterina delle mie impressioni iniziali e del tipo di intervento da apportare al romanzo.
Io e Caterina abbiamo avuto moltissime e lunghe conversazioni su ogni aspetto della narrazione.
Durante una delle nostre sessioni, mi sono fatta raccontare da Caterina quali fossero le ferite dei protagonisti, che cosa li spingesse ad agire in un certo modo. È stato grazie a quella condivisione che ho potuto disegnare archi di trasformazione per ognuno di loro, segnando i momenti di rivelazione e di morte in corrispondenza alla trama che già avevamo. E ci siamo accorte come, dalla riflessione sui personaggi, fosse urgente la questione della domanda drammaturgica, cioè la domanda da cui si muove tutta la storia e a cui i protagonisti cercano una risposta. Ci siamo accorte, quindi, che la storia l’aveva già dentro di sé e che questa andava solo esplicitata. La roulotte così non è stata più un mero stratagemma narrativo, ma un simbolo, un perno a cui tutti questi elementi si riconducono.
Il macro-editing è stato una rivisitazione di ogni aspetto del romanzo, ma soprattutto ha riguardato un intreccio fra loro: partire da una trama ben strutturata ha condotto all’inserimento in essa dello sviluppo dei protagonisti (e quindi alla loro esplorazione) e infine l’obiettivo di ognuno li ha connessi a una precisa visione del mondo che la storia doveva presentare.
Prima di scrivere questo articolo, ho riletto lo scambio di email fra me e Caterina. Quasi sempre concludevo con “Dimmi che cosa ne pensi”, “Riflettici su, e poi ne parliamo”, “Parla con me”. E Caterina mi ha raccontato le ferite dei suoi personaggi, da dove avessero origine, e quale visione del mondo dovesse comunicare il romanzo. È stato solo a partire dalla disponibilità di Caterina a spiegare, ad aprirsi e a mettersi in discussione, che è stato possibile guidarla. Perché l’editing non è una strada a senso unico, in cui l’editor impone all’autore una serie di interventi. L’editing da una parte tiene conto delle mancanze oggettive di un testo e dall’altra propone soluzioni che rispettino le intenzioni dell’autore.
Altrimenti non ci sarebbe alcuna differenza fra un editing e la correzione di un tema.
La misura dello scrivere, ovvero il micro-editing
Caterina mi disse che, quando avrebbe finalmente trovato la domanda drammaturgica che le premeva tutto il resto sarebbe stato più semplice. Fu così, in effetti. L’editing, proprio come la scrittura, è un’attività pratica. Trova soluzioni concrete a problemi concreti, in uno spazio altrettanto concreto, che è quello della pagina. Il macro-editing descritto finora sembra una disciplina astratta, fatta di conversazioni fumose e fantasticherie. In realtà, le conclusioni a cui siamo giunte sono avvenute attraverso le riflessioni sull’andamento delle frasi, sullo stile, l’ordine dei capitoli, cioè attraverso micro-editing.
Come ho già detto altrove, la scrittura creativa è fatta di relazioni fra elementi. Se un personaggio non è ben definito, questo si riflette sulla voce, sulla qualità dei dialoghi, sullo stile. Non esiste un’effettiva gerarchia fra macro e micro-editing: non si parte necessariamente dal macro per occuparsi del micro o viceversa. I due momenti si accompagnano sempre.
Bisogna solo decidere il punto di partenza, e questo può trovarsi solo ed esclusivamente nel testo. Che si decida di partire dalla lettura d’insieme del manoscritto o dall’analisi della singola frase, ci si accorgerà molto presto che i due aspetti non possono escludersi.
Nel caso di Misurare il vuoto,noi sapevamo già che partendo da una trama precisa e matura, avremmo dovuto riequilibrare tutto il resto, ma questo è stato fatto a partire dalla singola frase. Era importante che la manipolazione del testo non fosse astratta, o un volo pindarico da un argomento all’altro, ma che partisse dal corpo della narrazione, e che non perdesse la concretezza del lavoro.
Il micro-editing non è stato dunque solo la segnalazione di assonanze, ripetizioni, rime involontarie, ma l’applicazione concreta delle decisioni strutturali sulla frase. Di fronte a un romanzo polifonico come quello di Caterina era importante lavorare sulla voce di ogni personaggio, sulla scelta delle parole, delle immagini, dei segni sul corpo dei protagonisti. Lo stile è corrisposto all’atmosfera che Caterina voleva dare alla storia, con un’alternanza attenta fra periodi lunghi e brevi, senza mai abbassare il tono.
Questo ha significato anche sette, otto giri di editing, oltre a una fiducia cieca nella scrittura che non è mai venuta meno. A partire da una frase complessa, in alcuni casi eccessivamente contorta, si è lavorato prima sulla fluidità della frase, sulla sua fruibilità, e poi su ogni parola, su ogni espressione, tornava sempre la domanda: “che cosa vuoi dire qui?”, “perché questa immagine è importante per questo personaggio in particolare?”.
Si è insomma creato un effetto simile ai cerchi sull’acqua. Lanciando un sassolino, partendo quindi da un’espressione che si ripeteva e che andava sostituita (micro-editing), le riflessioni si sono estese all’uso delle immagini, alle metafore, alla presenza del personaggio, al suo desiderio, alla sua influenza sulla trama, al suo arco di trasformazione, alla domanda drammaturgica. Ecco perché micro e macro-editing si riflettono l’uno sull’altro, ed ecco anche perché non bisogna mai perdere la presa sul testo che è materia modellabile, e soprattutto organica: se si tocca uno dei suoi elementi, a cascata bisognerà verificare che tutto il resto continui a funzionare a dovere.
Ogni cosa, all’interno di una storia, ha una sua misura, uno spazio che le appartiene e che non deve né esserle sottratto né espandersi troppo. Lo spazio di ogni elemento, dentro la pagina, è una questione di equilibrio, e lo si trova attraverso la riscrittura, finché l’autore non trova la propria misura, non prende confidenza con il suo stesso fraseggiare, ne diviene consapevole.
Che cosa stai leggendo?
Per un certo periodo, io e Caterina abbiamo avuto la fortuna di abitare nella stessa città, quindi potevamo vederci spesso. Un giorno, dopo una lunga sessione e molti caffè, mi sono avvicinata alla mia libreria e le ho chiesto che cosa stesse leggendo. Lavoravamo insieme oramai da un po’ e quindi sapeva che mi riferivo a cosa stesse leggendo per il suo romanzo. Mi disse che non aveva nulla per il momento, così guardai fra i miei titoli e le diedi Felici i felici di Yasmina Reza. È un titolo che consiglio spesso, non solo perché è un libro davvero bello, ma perché è utile a chi scrive una storia con molti personaggi e non deve sbagliare nella gestione dell’intreccio.
Io e Caterina ci siamo scambiate in realtà moltissimi libri durante l’editing, ma il punto è sempre stato di leggere titoli che sostenessero la sua scrittura, che l’aiutassero a trovare i punti di riferimento che le servivano, come nel caso del libro di Reza. Perché i libri non possono essere scissi dal processo di scrittura, fanno parte del percorso di editing. Proprio perché la scrittura e l’editing sono attività pratiche hanno bisogno di esempi, e questi possono essere trovati solo nei libri, in chi ha scritto prima di noi. La scelta dei titoli da leggere deve corrispondere quanto più possibile alle esigenze dell’autore, quindi, nel caso di Caterina, cercavamo sempre narrazioni corali, con svariati personaggi e punti di vista.
Oltre a Reza, un buon titolo fu Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera, in cui la storia si rivelava solo attraverso la frammentazione di diversi punti di vista e, di conseguenza, di voci dei personaggi.
Più di qualsiasi altra cosa, fu importante acquisire un nuovo modo di leggere, da autore, andando oltre il gusto personale e riconoscendo i punti di forza dell’autore che si legge, quali sono gli aspetti da cui imparare. Si tratta cioè di una lettura attiva e funzionale rispetto alla propria scrittura.
Così il cerchio si chiude: tre livelli che si compenetrano, le letture a supporto, interventi sulla struttura dell’opera e sulle frasi, la punteggiatura, il periodare.
Sembra che non manchi nulla, tutto è pronto.
Conclusioni
Nella premessa ho accennato a una trasformazione. Narrare ha sempre a che fare con una trasformazione. Qualcosa, una persona incontrata per strada, un’esperienza, una frase letta da qualche parte, entra dentro un autore, tocca un punto che gli preme o gli duole. Viene manipolato dalla fantasia e dalla sensibilità dell’autore, si trasforma alla fine in una storia che forse non ha più nulla a che vedere con ciò che l’ha provocata. E poi la storia cresce, arriva a un lettore, che in qualche modo, non sappiamo come, lo trasformerà, lo toccherà a sua volta e così via di seguito. Ecco perché raccontare storie comporta sempre una certa responsabilità: non sai mai dove raggiungerai chi ti legge, se e come lo trasformerai, e dunque vale la pena farlo con tutta l’onestà e la serietà di cui si è capaci.
Un processo di editing è testimone della trasformazione profonda di un testo. Il lavoro con Caterina è stato da questo punto di vista così emozionante, perché il cambiamento è stato palese.
Ho riguardato i giri di editing dei primi mesi, fitti di commenti, note, correzioni, tagli, evidenziazioni; poi i testi sono divenuti sempre più puliti, il periodare più fluido, più sicuro, le voci più definite. La scrittura di Caterina è divenuta sempre più consapevole, e soprattutto è divenuta sempre più indipendente da me. I capitoli delle ultime settimane non avevano quasi bisogno di correzione, erano lucidi. L’editing è la testimonianza della trasformazione di cui parlavo, di ciò che può divenire un racconto quando lo attraversiamo, ci entriamo dentro e lo mettiamo in discussione. È il processo per cui un autore migliora, diviene più bravo di quando ha cominciato. È un processo faticoso, certo, ma necessario.
Misurare il vuoto è un romanzo delicato, in cui non tutte le ferite guariscono, ma ne prende le misure, le esplora. Lo consiglio a chi vuole scrivere una storia corale e non sa da dove cominciare. Lo consiglio per chi non ha spesso un luogo in cui rifugiarsi o una persona da cui farsi ascoltare.

La foto ritrae “Misurare il vuoto” di Caterina Villa, edito da Lindau Edizioni. La foto è a cura di Caterina Villa.

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